Home » news

news

CHARLIE - Un caso che commuove le coscienze

Charlie

Un caso che commuove le coscienze, una lenta agonia che però suona come una condanna a morte. Nelle ultime ore nonostante la rassicurante offerta dell’Ospedale Bambin Gesù pare che da Londra siano arrivate solo notizie negative: il piccolo paziente non si può trasferire, ma non soltanto per le condizioni cliniche estremamente critiche, ma sembra addirittura per “problemi burocratici”.

In Italia siamo abituati alla burocrazia dilagante, ma non siamo mai arrivati a tanto. Mi rendo conto che dal punto di vista Etico la scelta tra mantenere in vita o interrompere una vita di estrema sofferenza sia difficilissima. Ma ancora più difficile è “normarla”

Charlie è affetto da una rarissima malattia che colpisce i mitocondri, questi sono microscopici apparati disseminati in tutte le cellule specie dei Muscoli, e con un sofisticato ma perfetto meccanismo ideato dalla natura producono l’energia necessaria a far contrarre i muscoli. Questo vale per i muscoli dello scheletro ma anche per i muscoli cosiddetti “involontari” come quelli respiratori, che ci fanno espandere i polmoni anche di notte mentre dormiamo.

Se questi apparati sono insufficienti o non funzionanti il corpo si affloscia come una bambola di stracci, la respirazione si ferma ed il cuore perde rapidamente la sua energia e forza di contrazione. La malattia in questione è incurabile, il piccolo può essere temporaneamente tenuto in vita soltanto mediante respirazione assistita, nutrizione e idratazione per via venosa e cosi via.

I mitocondri sono Milioni nel nostro corpo, e se per errato codice genetico o per una degenerazione di varia natura non  “lavorano” egregiamente e all’unisono la condizione è incompatibile con la vita. E questo è ciò che sta accadendo. Misurare la sofferenza in un corpicino cosi piccolo è impossibile, ma ritengo che in ogni caso un minimo supporto per la sopravvivenza non si debba negare a nessuno, forse lasciare alla sensibilità dei genitori la scelta.

 

Guidalberto Guidi

IPERTENSIONE ARTERIOSA, KILLER SILENZIOSO

IPERTENSIONE

 

L’ipertensione arteriosa è un importante fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e per l’ictus, specialmente se concomitante a elevati valori di colesterolo, di glicemia-diabete e se il paziente è fumatore. L’ipertensione arteriosa può essere presente anche senza provocare alcun sintomo, questo ne rende ancora più insidioso il decorso e può provocare incidenti cardiovascolari acuti e senza preavviso.

In Italia l’ictus e le malattie cardiovascolari sono attualmente tra le prime cause di morte.

Le previsioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono di incremento sia del numero delle morti sia del numero di disabili per causa di ictus e malattie cardiovascolari, tanto che entro alcuni anni queste saranno le principali cause di invalidità a livello mondiale.

In Italia un adulto su cinque è iperteso; vengono stimati circa 10.000.000 di ipertesi, di questi solo il 50% è in trattamento farmacologico e di questi 5.000.000 di ipertesi soltanto il 25% ha un adeguato controllo della pressione arteriosa: da qui si deduce che il 75% degli ipertesi non è curato adeguatamente o non è curato affatto. Da queste percentuali risulta evidente come sia importante, attualmente e nel futuro, un’efficace azione di informazione, di prevenzione e di terapia, utilizzando con razionalità le procedure diagnostiche e gli schemi terapeutici più moderni al fine di ridurre il rischio di morte o invalidità.

ITALIANI; SIAMO I PIU' SANI AL MONDO

La Dieta Mediterranea 

per la Salute

In un intervento tenuto in occasione delle

Giornate Cardiologiche

il professor Armin Lerman ha paragonato la Dieta Mediterranea ad altri tipi di alimentazione,

scopriamo i tanti vantaggi della nostra dieta

 

                                                    di GUIDALBERTO GUIDI

 

Il contenuto di grassi nella DM rappresenta circa il 35% delle calorie totali, questo

valore è invece il 10% nella dieta vegana e oltre il 40% nella dieta europea occidentale.

Il vantaggio fondamentale della DM è che questa quota di grassi è prevalentemente

rappresentata da acidi grassi poli insaturi, i famosi Omega 3, ampiamente

presenti negli alimenti 'Mediterranei'.

Analizzando nel dettaglio i componenti della nostra dieta possiamo affermare che

pasta, cereali e legumi sono un'importante fonte di energia, di carboidrati complessi,

e di proteine vegetali; il pesce è una delle fonti principali di Omega 3, ma

anche le noci e le nocciole ne contengono una considerevole quantità, mentre

la frutta e la verdura contengono preziosissime fibre e tutto il corredo di antiossidanti

che contrastano i radicali liberi, responsabili dell’aterosclerosi, delle malattie

degenerative, dell’invecchiamento e delle mutazioni genetiche che provocano

i tumori.

Anche il vino, specie se rosso e in quantità limitata a due bicchieri al giorno

(150ml./die) svolge un importante ruolo protettivo per la sua attività antiossidante,

antitrombotica e anticolesterolo.

Per quanto riguarda gli acidi grassi poli insaturi Omega 3 è importante riassumerne

gli effetti benefici:svolgono un'azione antiaritmica sul cuore, anti-ipertensiva sui

vasi, antitrombotica sul sangue e antiinfiammatoria su tutti gli organi in genere.

Una variante importante nella nostra dieta è rappresentata dal cioccolato: oltre a

svolgere le funzioni sopra citate è un ottimo antidepressivo e aumenta la sensibilità

all’insulina, fattore particolarmente vantaggioso nei soggetti diabetici.

Ma tutto ciò non basta per vivere in perfetta salute e protetti dalle malattie cardiovascolari,

rimane ancora da affrontare il terzo punto: come mangiare.

Il professor Lerman ha monitorato per molti anni la popolazione di Roseto, cittadina

della Pennsylvania colonizzata all’inizio del secolo dagli emigranti dell’omonima

città calabra, che avevano parzialmente mantenuto le abitudini alimentari mediterranee,

ma presentavano una più bassa incidenza di malattie cardiache rispetto

ad altre comunità di emigranti con abitudini simili.

Ciò che li differenziava era il comportamento sociale di tipo patriarcale, che riuniva

le famiglie intorno alla tavola che diventava così centro di aggregazione e di

convivialità.

Quindi mangiare insieme e in maniera conviviale diviene un valore aggiunto ai tanti

benefici della DM, quella della longevità!

 

Per saperne di più: www.cardioexpert.it www.cardiologoamico.com

Cardiologo, specialista in Medicina

dello Sport, Medicina Preventiva

e del benessere, consulente Società

Sportiva Juventus F. C.

Presidente di Clamys Pharma

SPORT E CUORE

LO SPORT FA BENE ... DA MORIRE   

                                                                                                         di Guidalberto Guidi

Da quando Filippide corse fino a Maratona e stramazzò esanime al suolo,  in tanti secoli non è cambiato nulla. Ancora oggi purtroppo assistiamo a tragedie che colpiscono sportivi anche ben allenati e preparati che muoiono improvvisamente durante lo sforzo fisico  o subito dopo.                In particolare ci ha colpito la scomparsa di Piermario Morosini, di Vigor Bovolenta, e la tragedia sfiorata di Fabrice Muamba, per citare casi di cronaca, atleti famosi e ben  allenati. Attività fisica regolare e di media intensità è sicuramente fonte di benessere e salute, ma al contrario può diventare pericolosa se praticata senza adeguata preparazione, in modo estremo, e senza gli adeguati controlli medici.  Su questo punto, visti anche molti articoli e servizi comparsi sui media  ritengo necessarie alcune precisazioni. Dobbiamo ricordare che tutti gli sport di fatica rappresentano un potenziale rischio per la salute, per questo a livello normativo nazionale sono necessari accurati controlli clinici e strumentali da eseguire nei centri di Medicina dello Sport. In particolare l’esecuzione dell’elettrocardiogramma sotto sforzo e l’ecografia cardiaca restano esami strumentali essenziali per determinare  lo stato di salute del cuore.

 Secondo una ricerca danese condotta su individui sani, allenarsi come pazzi e restare perennemente sul divano comporterebbero quasi lo stesso rischio di morte prematura, correre troppo può fare male quanto la vita sedentaria . Correre tanto non è sinonimo di buona salute, anzi, rischia di uccidere quanto la sedentarietà. A rivelarlo è uno studio del Frederiksberg Hospital di Copenhagen pubblicato sul Journal of American College of Cardiology. Secondo i ricercatori danesi, chi non svolge attività fisica a livello agonistico deve allenarsi in maniera moderata non più di tre volte alla settimana per un massimo di 2,4 ore complessive, cercando di non superare gli 8 km/h. I ricercatori hanno selezionato 5048 partecipanti sani e con un'età compresa tra i 20 e gli 86 anni, monitorandoli per dodici anni. In base allo stile di vita, il campione è stato suddiviso in due gruppi: 1.098 persone dedite al jogging e 413 con abitudini sedentarie. Dopo dodici anni gli studiosi danesi hanno registrato la morte di 28 corridori e di 128 sedentari. Analizzando i dati riguardanti la frequenza cardiaca, le ore di allenamento e la velocità di corsa di ognuno dei partecipanti, gli autori dello studio hanno individuato due profili di corridori: i "light joggers" e gli "strenuous joggers". I primi (i corridori "leggeri") non superano le due ore e mezza di esercizio alla settimana e mantengono una velocità entro gli 8 km/h, mentre i corridori "forti" si allenano per più di quattro ore settimanali e corrono a velocità superiori agli 11 km/h. Il dato più allarmante della ricerca riguarda il tasso di mortalità dei corridori "forti". Dopo dodici anni, infatti, i fautori del jogging intenso condividono con i sedentari gli stessi rischi di morte per eventi cardiovascolari. Inoltre la pratica della corsa moderata è risultata associata a una mortalità più bassa e una frequenza cardiaca migliore. Come spiega il dottor Peter Schnohr, uno degli autori dello studio, "se l'obiettivo è quello di diminuire i fattori di rischio cardiovascolare fare jogging un paio di volte a settimana ad un ritmo moderato è una buona strategia. Di più può solo danneggiare'. 

SPORT E CUORE

LO SPORT FA BENE ... DA MORIRE   

                                                                                                         di Guidalberto Guidi

Da quando Filippide corse fino a Maratona e stramazzò esanime al suolo,  in tanti secoli non è cambiato nulla. Ancora oggi purtroppo assistiamo a tragedie che colpiscono sportivi anche ben allenati e preparati che muoiono improvvisamente durante lo sforzo fisico  o subito dopo.                In particolare ci ha colpito la scomparsa di Piermario Morosini, di Vigor Bovolenta, e la tragedia sfiorata di Fabrice Muamba, per citare casi di cronaca, atleti famosi e ben  allenati. Attività fisica regolare e di media intensità è sicuramente fonte di benessere e salute, ma al contrario può diventare pericolosa se praticata senza adeguata preparazione, in modo estremo, e senza gli adeguati controlli medici.  Su questo punto, visti anche molti articoli e servizi comparsi sui media  ritengo necessarie alcune precisazioni. Dobbiamo ricordare che tutti gli sport di fatica rappresentano un potenziale rischio per la salute, per questo a livello normativo nazionale sono necessari accurati controlli clinici e strumentali da eseguire nei centri di Medicina dello Sport. In particolare l’esecuzione dell’elettrocardiogramma sotto sforzo e l’ecografia cardiaca restano esami strumentali essenziali per determinare  lo stato di salute del cuore.

 Secondo una ricerca danese condotta su individui sani, allenarsi come pazzi e restare perennemente sul divano comporterebbero quasi lo stesso rischio di morte prematura, correre troppo può fare male quanto la vita sedentaria . Correre tanto non è sinonimo di buona salute, anzi, rischia di uccidere quanto la sedentarietà. A rivelarlo è uno studio del Frederiksberg Hospital di Copenhagen pubblicato sul Journal of American College of Cardiology. Secondo i ricercatori danesi, chi non svolge attività fisica a livello agonistico deve allenarsi in maniera moderata non più di tre volte alla settimana per un massimo di 2,4 ore complessive, cercando di non superare gli 8 km/h. I ricercatori hanno selezionato 5048 partecipanti sani e con un'età compresa tra i 20 e gli 86 anni, monitorandoli per dodici anni. In base allo stile di vita, il campione è stato suddiviso in due gruppi: 1.098 persone dedite al jogging e 413 con abitudini sedentarie. Dopo dodici anni gli studiosi danesi hanno registrato la morte di 28 corridori e di 128 sedentari. Analizzando i dati riguardanti la frequenza cardiaca, le ore di allenamento e la velocità di corsa di ognuno dei partecipanti, gli autori dello studio hanno individuato due profili di corridori: i "light joggers" e gli "strenuous joggers". I primi (i corridori "leggeri") non superano le due ore e mezza di esercizio alla settimana e mantengono una velocità entro gli 8 km/h, mentre i corridori "forti" si allenano per più di quattro ore settimanali e corrono a velocità superiori agli 11 km/h. Il dato più allarmante della ricerca riguarda il tasso di mortalità dei corridori "forti". Dopo dodici anni, infatti, i fautori del jogging intenso condividono con i sedentari gli stessi rischi di morte per eventi cardiovascolari. Inoltre la pratica della corsa moderata è risultata associata a una mortalità più bassa e una frequenza cardiaca migliore. Come spiega il dottor Peter Schnohr, uno degli autori dello studio, "se l'obiettivo è quello di diminuire i fattori di rischio cardiovascolare fare jogging un paio di volte a settimana ad un ritmo moderato è una buona strategia. Di più può solo danneggiare'.